Il Festival della Canzone Italiana nasce nel 1951 per una ragione poco romantica: far parlare di sé il Casinò municipale di Sanremo in bassa stagione. Tre serate, venti canzoni, tre interpreti a dividersele, un pubblico che cena mentre l'orchestra suona. Alla radio lo seguono in pochi, i giornali quasi lo ignorano.
Settantasei edizioni dopo è la cosa più vista della televisione italiana, quella di cui il Paese discute per una settimana intera. In mezzo ci stanno il boom economico, l'arrivo della televisione, la contestazione, gli anni delle case discografiche, la crisi degli anni Duemila e il ritorno dei ragazzi. Questa è quella storia, decennio per decennio, con i collegamenti a tutte le edizioni.
Per i primi anni il Festival premia le canzoni, non chi le canta: lo stesso brano viene eseguito da interpreti diversi e la giuria vota il pezzo. Nel 1951 i cantanti in gara sono tre in tutto, e la prima edizione la vince Nilla Pizzi con «Grazie dei fiori». L'anno dopo si ripete, prima a riuscirci due volte di fila, e nel 1952 i primi tre posti sono tutti suoi.
La televisione arriva per gradi. Nel 1955 la Rai si collega con il Salone delle feste alle 22:45, a varietà finito: è il primo collegamento televisivo della storia del Festival, e dura pochi minuti. Dal 1957 tutte le serate vanno in onda in contemporanea su radio e televisione, e da lì il Festival smette di essere un affare del Casinò. L'anno dopo Domenico Modugno si presenta con «Nel blu, dipinto di blu», spalanca le braccia e fa una cosa che a Sanremo non era mai successa: vende dischi in America, vince due Grammy, entra nel repertorio mondiale. Da quel momento la canzone italiana ha un modello a cui somigliare.
Sono gli anni in cui il Festival tocca il massimo della sua centralità culturale. Nel 1964 una ragazza di sedici anni, Gigliola Cinquetti, vince con «Non ho l'età (per amarti)» e poi porta lo stesso brano in cima all'Eurovision: Sanremo scopre di essere un trampolino internazionale. Mike Bongiorno conduce cinque edizioni su dieci e ne fa il suo terreno.
Il 1967 è la ferita che il Festival non ha mai davvero rimarginato: Luigi Tenco viene eliminato con «Ciao amore ciao» e la notte stessa si toglie la vita in albergo. La gara prosegue, vince «Non pensare a me», ma da quel momento nessuno può più raccontare Sanremo come una festa e basta. La polemica sul rapporto fra la manifestazione e chi ci sale sopra comincia lì.
Il decennio si apre col colpo di Adriano Celentano, che nel 1970 vince con «Chi non lavora non fa l'amore» portando in gara un pezzo che discute di lavoro e di coppia. Poi il Festival entra nel suo periodo più opaco: la musica che conta si sposta altrove, verso i cantautori, i concerti e gli album, e Sanremo resta indietro, percepito come la vetrina di un mondo che non c'è più.
Nel 1977 la manifestazione lascia il Casinò e trasloca; le grandi case discografiche mandano seconde file; alcune edizioni non vanno nemmeno in diretta televisiva. È il momento in cui si discute seriamente se chiudere. La nuova sede è il Teatro Ariston, che da allora ospita il Festival tutti gli anni tranne il 1990, passato al Palafiori.
Claudio Cecchetto e la generazione delle radio libere rimettono in moto la macchina: nel 1980 vince Toto Cutugno, l'anno dopo «Per Elisa» di Alice porta sul palco un suono elettronico che a Sanremo non si era mai sentito. Nel 1984 «Ci sarà» di Al Bano e Romina Power diventa un successo europeo.
Il 1987 è l'edizione che segna il record assoluto di share dell'archivio, quasi il 69%, con «Si può dare di più» cantata da tre voci insieme. Pippo Baudo diventa il conduttore di riferimento: ne condurrà tredici in tutto, più di chiunque altro. Dal 1984 compare la formula che regge ancora oggi: i giovani in gara in una sezione loro, le Nuove Proposte, separata da quella dei Campioni.
È il decennio dei numeri più alti: nel 1995 il Festival raccoglie in media 16,8 milioni di spettatori a serata, il massimo mai registrato nell'archivio, e lancia Giorgia con «Come saprei». Il Festival è ancora il posto dove una carriera comincia davvero.
Sono anche gli anni in cui vincono nomi che nessuno si aspettava, e «Fiumi di parole» dei Jalisse resta l'esempio che si cita sempre. È anche il decennio in cui il rapporto con la critica si fa aspro: il Premio della Critica, intitolato dal 1996 a Mia Martini, premia spesso qualcuno di diverso da chi vince la gara. È una tensione che al Festival fa bene. Dal 1999 entra in scena il televoto: per la prima volta chi guarda da casa pesa sul risultato.
Il decennio peggiore. La televisione generalista perde spettatori ovunque, la musica si compra in un altro modo, e Sanremo li perde più in fretta della media: dai 13,6 milioni del 2000 si scende ai 6,8 del 2008, con uno share sceso sotto il 40%. Si prova di tutto: conduttori presi dall'intrattenimento, formule nuove ogni anno, il ripescaggio, le eliminazioni a sorpresa. Quasi niente funziona.
In mezzo però passano cose che restano: «Sentimento» della Piccola Orchestra Avion Travel, «Luce (tramonti a nord est)» di Elisa, e nel 2007 «Ti regalerò una rosa» di Simone Cristicchi, una canzone sulla malattia mentale che vince un Festival dato per finito.
La risalita è lenta e non lineare. Cambia il pubblico: arrivano i social, e commentare il Festival mentre va in onda diventa parte dello spettacolo. Nel 2013 Marco Mengoni vince con «L'essenziale», nel 2017 «Occidentali's Karma» di Francesco Gabbani diventa un fenomeno anche fuori dall'Italia.
Nel 2019 vince «Soldi» di Mahmood e la vittoria diventa un caso politico: è la prova che il Festival è tornato a essere il posto dove il Paese litiga su sé stesso. Intanto la serata delle cover si consolida come appuntamento fisso e il regolamento smette di cambiare ogni anno.
Amadeus conduce cinque edizioni di fila e riporta il Festival dove stava: si risale dal 46% del 2021 al 65% del 2024, fino al 66% del 2025, esattamente il livello del 1995, con un pubblico però molto più giovane. Il 2021 va in scena a teatro vuoto per la pandemia e lo vincono i Måneskin con «Zitti e buoni»: da lì partiranno per una carriera internazionale che nessun vincitore aveva più avuto dai tempi di Modugno.
Vincono «Brividi» di Mahmood e Blanco, «La noia» di Angelina Mango, prima donna a vincere dopo dieci anni, e nel 2025 Olly. Il 2026, condotto da Carlo Conti con Laura Pausini, lo vince Sal Da Vinci con «Per sempre sì». Settantasei edizioni dopo, il Casinò che cercava clienti d'inverno è ancora l'unica cosa che l'Italia guarda tutta insieme.
Ogni anno citato in questa pagina porta alla sua edizione, con il cartellone completo, le classifiche serata per serata, gli ospiti e i premi.